La politica col tweet

  • Scritto da Pino Pisicchio
  • Categoria: Redazionale
  • Pubblicato: 16 settembre 2013


 Molte sono le ragioni dell'arretramento della politica nella opinione corrente. Sicuramente una caduta dello spirito pubblico, che lascia ogni azione di chi esercita la rappresentanza orfana di una dimensione etica e della consapevolezza di impegnarsi per un " collettivo" e non per una partita individuale. Ma anche la caduta verticale di ogni qualità da parte di chi dovrebbe rappresentare la parte migliore, più attrezzata e motivata della società italiana. Ancora: le leggi elettorali scombiccherate, costruite a misura del capo, per togliere di mezzo l'interferenza dei cittadini; la fine dei partiti democratici del '900; il tramonto delle scuole di formazione; l'avvento di leggi che hanno favorito il rafforzamento dei leader carismatici (elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di provincia e dei governatori, indicazione del capo della coalizione nella scheda elettorale). Si potrebbe continuare per un po'.
C'è un aspetto, tuttavia, che ha concorso ad alterare più profondamente di ogni altro la ribalta politica, modificandone intimamente la struttura e perfino le motivazioni più remote. Questo aspetto e' la mediatizzazione della politica. L'attraversamento pervasivo, insopportabile, alluvionale della comunicazione che ha stravolto addirittura l'ontologia della politica.  Che questo sia avvenuto con l'irrompere del berlusconismo e con la trasposizione nelle categorie della politica del marketing elettorale, ormai ha pochissima importanza: ciò che conta e' che, avverando una profezia che Alvin Toffler alla fine degli anni '70 aveva concepito per gli Stati Uniti, i media hanno preso il posto della politica. Virtualizzandola, rendendola succube dei propri palinsesti, che non sempre coincidono con i bisogni della collettività, sostituendo l'informazione con la "comunicazione". E, ovviamente, in questa grande opera di alterazione della realtà cooperano antichi e nuovi media, cartastampata, televisione e web. Con entusiastica partecipazione del ceto politico, specialmente quello degli ultimi anni che non conobbe altra forma di partecipazione alla cosa pubblica se non quella dell'esistere mediatico.
Esempio delle ultime ore: il dibattito sul nulla allestito intorno alla questione del voto palese al Senato per decidere sulla decadenza di Berlusconi. Non si sa con quale mescolanza malafede e inconsapevolezza si combinino nel suggerire certe alzate d'ingegno: probabilmente si presentano in misura uguale. Il risultato, pero', e' paradossale. Cinque stelle sostiene due cose: che bisogna far presto e che il voto dev'essere palese. Le due esigenze,però, sono incompatibili essendo noto che i regolamenti di Camera e Senato prevedono per ogni voto riguardante pers il voto segreto e, dunque, per poter votare in modo palese occorrerebbe approvare una modifica alle regole parlamentari che va fatta con procedure e con maggioranze speciali. Il che significherebbe impegnare un tempo indefinito solo per rendere possibile la riconoscibilità di ogni espressione di voto. Dunque chi sostiene il voto palese per provocare la decadenza di Berlusconi, implicitamente lavora per allungargli la vita parlamentare. Che dire? Questo passa oggi il convento della politica. Tempo gramo e avaro. Ed anche un po' ottuso.