ITALIA-GERMANIA: ALTRO CHE 4 A 3

  • Scritto da Pino Pisicchio
  • Categoria: Redazionale
  • Pubblicato: 21 ottobre 2013

La Germania ha una cultura giuridica molto vicina a quella italiana. La sua storia del Novecento denuncia, purtroppo, molte intersecazioni con quella italiana, dittatura e guerra compresa. Anche il dopoguerra ha visto camminare insieme i due paesi a motivo di una forte scelta europeista, concepita da De Gasperi e Adenauer, come formidabile volano per le nuove democrazie, lontane da tentazioni nazionaliste e convergenti nella più larga identità sovranazionale. Persino nell’impianto costituzionale esistono significative coincidenze, così come, almeno fino al 1993, nell’esperienza di egemonia politica del partito cristiano: la Cdu per i tedeschi, la Dc per gli italiani. Da ultimo, entrambi i paesi si cimentano sul governo delle grandi coalizioni, anche se con diseguali esiti. Perché, allora, fuori dalle stucchevoli oleografie dei mandolini italiani e delle Sturmtruppen tedesche, la Germania è la terza potenza industriale del mondo, con un’economia che resiste alle tempeste economiche più devastanti, con un tenore di vita medio alto, con un welfare ‘scandinavo’ ed una reputazione mondiale straordinaria e noi no? Naturalmente tante risposte sono possibili. Molte girerebbero attorno all’esprit dei due popoli. Ma non ci scosteremmo dalla favolistica della cicala e della formica. Tra le diverse ne indico due, la prima: il sistema elettorale e la forma di governo che ne scaturisce. In Germania vige un proporzionale che affonda le sue radici nei partiti, istituzioni pubbliche sostenute dallo Stato, dotate di statuti democratici, dunque contendibili nelle posizioni di vertice e deputate ad una fondamentale funzione, svolta attraverso le fondazioni: la formazione della classe dirigente. In Italia, dopo il tramonto del sistema proporzionale, la forma partito si è tramutata in una prerogativa personale del capo, la selezione del ceto politico è stata affidata al caso e alla contiguità con i compilatori delle liste elettorali, la formazione al nulla. Quanto alla contendibilità delle posizioni di vertice, il massimo che si è potuto esibire è stato l’utilizzo delle primarie in versione “fai da te”, cioè con regolazioni precarie e ad uso dei media. La seconda fondamentale diversità riguarda il ruolo dei media nella dinamica politica. Osserviamo la Merkel, il sobrio grigiore della sua immagine. Mai sopratono. Se peschiamo nella nostra memoria ricordiamo certe ministre democristiane come la Falcucci o Tina Anselmi. L’Italia dell’ultimo ventennio invece segna il trionfo del “retroscena”, dell’eclatanza e del Talk Show. Persino i più nuovi tra i personaggi che si affacciano alla politica, Grillo e Renzi, sono prigionieri del vecchio registro: battute, eclatanza mediatica, show. E questo al netto delle molte considerazioni che andrebbero svolte sulla contiguità degli assetti proprietari dei media italiani, con interessi grondanti di politica. Insomma l’effetto di tutto questo è un racconto ansiogeno, spesso concentrato sul “particolare” che può fare il gioco dell’editore, incapace (“studiatamente”) di dar conto del contesto e di mettere il fuoco laddove un’informazione imparziale richiederebbe. Come possiamo, allora, fare dell’Italia un paese con istituzioni, politica, società, più confrontabili con la Germania e meno simili a quelle di qualche repubblica sudamericana? Naturalmente occorrerebbero parecchie cose, alcune anche molto complicate, come il cambio di mentalità. Ma qualcosa potrebbe essere fatto partendo dalle istituzioni politiche. Ad esempio dalla legge elettorale. Abbandonando la strada del sistema che ha prodotto il ventennio berlusconiano e guardando al sistema tedesco, che poi è un proporzionale con uno sbarramento consistente per impedire la frammentazione. E insieme al sistema elettorale, anche il sistema dei partiti, che in Germania è solido, autorevole e soprattutto, capace di formare il ceto politico. Attraverso le fondazioni. Basterebbe partire da qui. Che poi, a ben vedere, sarebbe un ripartire da dove eravamo rimasti prima del ventennio.