Il ritorno della competenza

  • Scritto da Pino Pisicchio
  • Categoria: Redazionale
  • Pubblicato: 05 settembre 2016

Due episodi della cronaca politica degli ultimi giorni restituiscono agli osservatori la sensazione che si stia chiudendo un ciclo nel Paese. Il  primo è legato alla ingloriosa vicenda della giunta capitolina, incagliata in una  serie di goffi inciampi, di temerarie foghe dichiaratorie e psicodrammi privati.  Una sorta di " giunta interrupta" che in poche settimane ha eroso il consenso conquistato dalla prima sindaca grillina, compromettendo, forse, anche la possibilità del Movimento Cinque Stelle di proporsi credibilmente alla pubblica opinione italiana come forza di governo nel paese. Oltre il merito delle vicende che hanno creato il cortocircuito della giunta Raggi, ha impressionato l' insieme dei gesti- non sempre concludenti, per la verità- di eterodirezione della sindaca da parte del direttorio, dell' azienda Casaleggio e associati, della " guida" Grillo. Gesti che revocano concretamente in dubbio la possibilità di una esperienza amministrativa autonoma della sindaca Raggi. Il secondo episodio riguarda, invece, la scelta di Renzi di investire del delicato ruolo di Commissario per il terremoto un uomo  come Errani, chiamato alla responsabilità proprio per  la sua provata esperienza.  D' un tratto le "penultime"parole d'ordine  della politica, quelle che si coniugavano con "nuovo", "giovane", "cambiamento" e via rinnovando, sono apparse obsolete, prive di consistenza, marcate dal sigillo di una vecchia stagione. Lo stesso Renzi, che è stato emblema di quell' elan vital un po' dadaista del cambiamento veloce, sembra aver mutato il suo stile di comunicazione: non appare più il segno di una leggera sprezzatura nelle sue battute e la prosa si è fatta più prudente, attenta, ponderata.  Abbiamo accostato, forse impropriamente, forse no, i due episodi. Convinti, però, che entrambi raccontino qualcosa dell 'improvvisa chiusura della stagione che ha puntato tutto sul sentimento di insofferenza della pubblica opinione nei confronti della "politica di professione",a prescindere dal grado di competenza, qualità, cultura, esperienza di chi veniva chiamato ad interpretare la richiesta di nuovo che emergeva dal corpo elettorale. Lo scorso anno pubblicai un libro dal titolo emblematico: " I dilettanti. Splendori e miserie della nuova classe politica". In questo libro sostenevo che il grande problema della nuova classe dirigente italiana  fosse, prima ancora che di etica, di qualità. Perché è vero, la politica, non può essere una professione ( anche se il vanamente citato Weber parlava di Beruf, che è al tempo stesso passione e professione), ma va fatta con professionalità: nessuno ha il diritto di invocare la propria inesperienza quando si accinge a governare una città o un intero paese. Credo che questo epilogo di stagione stia raccontando quanto bisogno di competenza nella politica oggi ci sia.