ATTENZIONE AL LEADERISMO SENZA LEADERSHIP

  • Scritto da Pino Pisicchio
  • Categoria: Redazionale
  • Pubblicato: 25 settembre 2013

 

 

Leadership: guida, comando, funzione dirigente: la l. del partito, del governo, dello Stato, della squadra, dell'azienda, dell'economia. Leaderismo: tendenza a imporsi come leader; eccesso d'importanza attribuito al ruolo o alla figura del leader.

Basta un dizionario per capire quale sia la differenza tra le due parole. In politica sono due concetti separati da un abisso e l’amara constatazione è che in Italia stiamo scivolando sempre di più verso un leaderismo senza leadership. Il modello berlusconiano, elettoralmente vincente anni, si è inoculato come un virus nella cultura politica italiana ormai anche nei partiti del centrosinistra.  In molti casi, oggi, si guarda più all’acclamazione che ai programmi, più all’immagine che alla sostanza, il tutto nello schema di un bipolarismo muscolare in cui conta più la comunicazione, anzi, la fascinazione, e meno la capacità di esercitare una leadership davvero vicina alla gente. Il ‘modello Berlusconi’ ha sfondato a sinistra e la vittoria del Cavaliere è sul piano culturale, non più su quello dell’offerta politica. La vittoria di Angela Merkel in Germania, però, può segnare in qualche modo un’inversione di tendenza anche per noi. Lì ha vinto una persona che non è certo una trascinatrice delle masse, ma è concreta, ha una visione di Stato e di Europa, programmi e progetti chiari. E sulla base di questi ha governato coerentemente per otto anni dicendo in maniera efficace ai tedeschi cosa avrebbe fatto in caso di vittoria. La strisciante deriva leaderistica in Italia può essere arrestata, prima che sia troppo tardi, innanzitutto con una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Le preferenze dunque, meglio se multiple, con il voto di genere. Una scelta, per inciso, che sarebbe impossibile fare se si tornasse al Mattarellum, che prevede i collegi uninominali. Solo con le preferenze è possibile riavvicinare il Parlamento al corpo elettorale, far tornare la politica nelle città e nelle piazze, stimolare la partecipazione. Quella vera e non virtuale, quella della grande tradizione politica del secondo dopoguerra. C’è da ricostruire un paese colpito da una crisi economica che ha impoverito tutti e che, se non si rimette il cittadino al centro della scena, rischia di lasciare spazi enormi al populismo e alla demagogia. Primo fra tutti il mito della democrazia diretta, che è invece la massima espressione di individualismo cibernetico e che più facilmente apre a pericolosi scenari orwelliani.

Andrea Alicandro