Leadership e Parlamento

  • Scritto da Pino Pisicchio
  • Categoria: Redazionale
  • Pubblicato: 02 settembre 2013

Lasciamo da parte il tormentone sulla famosa sentenza della Cassazione e sulla (eventuale)decadenza  di Berlusconi dalla carica parlamentare e facciamo finta che il fondatore della destra post ideologica  italiana sia già fuori dal Senato.  Al netto delle non onerosissime sanzioni penali che i tribunali gli hanno comminato (domiciliari o servizi sociali per un periodo che non supererebbe i nove mesi, trasmutabile, per un grande comunicatore come lui, in una risorsa mediatica  notevole), il leader del PDL  non sarebbe più parlamentare, così come non sono parlamentari D'Alema, Prodi, Violante, Veltroni, Renzi, Grillo, Casaleggio e  un cospicuo numero di altre personalità politiche di destra, di sinistra e di ogni dove.
La domanda e': forse che la condizione di estraneità alle assemblee legislative aggiunge o toglie oggi  qualcosa al "peso" esercitabile da un leader sulla scena politica nazionale? 
La politica italiana per molti anni e' stata "parlamentocentrica": chi intendeva esercitare un ruolo politico  nazionale doveva necessariamente passare per la Camera o il  Senato. Le carriere, infatti,si snodavano attraverso cursus honorum distinti: da un lato gli enti locali (passaggi intermedi comunque inevitabili verso il livello piu' alto), dall'altro il Parlamento, che rappresentava, in una struttura di crescita piramidale, il punto di arrivo.
La trasformazione (o la fine) della forma-partito tradizionale, l'avvento di leggi elettorali che hanno stravolto il rapporto tra cittadini  e rappresentanza parlamentare (incidendo pesantemente anche sulla qualita' di quest'ultima) e incrementato,invece, i profili 'presidenzialistici' dei capi degli enti locali- sindaci,presidenti di provincia, presidenti di regione- e, in ultimo, il peso straordinario assunto dai media (vecchi e nuovi) nella dinamica politica, hanno concorso a ridimensionare l'egemonia del ruolo parlamentare nella scena pubblica nazionale.
Accade, dunque, che Renzi, D'Alema, Grillo e gli altri personaggi fuori dal Parlamento, esercitino un peso politico nella dialettica parlamentare di gran lunga più rilevante di tanti deputati e senatori. E, ovviamente, non facciamo riferimento ai peones che, nella storia parlamentare hanno sempre avuto un loro posto solo nel loggione. Parliamo di chi, dalla dimensione governativa a quella nei partiti, dovrebbe avere ruoli significativi in ragione del peso istituzionale  e non lo ha (ministro, segretario di partito,posizione apicale nel  Parlamento).
Nonostante la vecchiezza della politica italiana, confermata dai suoi riti bizantini, dalla sua difficolta' a promuovere canali di rinnovamento, dalla sua adesione a modelli  comportamentali del novecento,dunque, per la prima volta l'appartenenza ad una delle Camere legislative non rappresenta più la condizione fondamentale per poter esercitare un ruolo nazionale.
Che sia bene o no non sapremmo dire.  Certo, se il ruolo di "concorso"alla determinazione della politica nazionale , come recita l'articolo 49 della Costituzione, viene svolto utilizzando una leadership che e' situata fuori dal Parlamento, piuttosto che da un partito, la cosa non sembra cambiare la natura del confronto, se fa da riferimento sempre e comunque  il "metodo democratico".
Se, Berlusconi, allora, dovesse lasciare il Parlamento- che, peraltro, non l'ha  mai visto assiduo frequentatore-, potrà consolarsi: ancora una volta sarebbe  tra i  capiscuola di una  nuova tendenza politica. Quelli che da fuori menano il gioco.