Il compleanno di Mick

  • Scritto da Pino Pisicchio
  • Categoria: Redazionale
  • Pubblicato: 15 luglio 2013

Avevo poco più di dieci anni quando presi coscienza che la musica dei Rolling Stones sarebbe stata l'inevitabile colonna sonora della mia vita. La mia famiglia stava celebrando il rito della sera nella "stanza della televisione" davanti al video in bianco e nero, quando da "Tv sette" sbucarono, con un'aria ostentatamente malsana, i R S anticipati dal front man più mefistofelico della storia del rock, tal Mick Jagger. Cantavano "Let's spend the night together". Un invito gonfio di promesse allettanti che ognuno poteva, a suo piacimento, dirigere verso la ragazza sognata. O quella, più reale, del banco accanto. Fu una folgorazione. C'era tutto: modernità, prurigine erotica,aura di proibito, link con Londra, dove succedevano le cose. E musica. Un ritmo che ti prendeva subito e che ti costringeva a battere il tempo.

Più tardi avrei imparato a capire l'origine di questa mia adesione mistica a quei giri armonici (tonica, sottodominante e dominante), a quella batteria e a quei bassi: la radice blues di molta della produzione dei RS, che diventava evidente con un album come Beggars Banquet (1968), mi trascinava dentro la musica partendo dal ritmo.

L'alone vagamente sulfureo, ingigantito dalla favola metropolitana degli "strani" messaggi situati nei solchi estremi del loro vinile "Theirsatanic majesties request" (1967), ma, soprattutto sanzionata dalla tragica fine di Brian Jones, morto a 27 anni (la leggenda del maledetto 27° compleanno dei rockers purtroppo non era una leggenda in quegli anni: Janis Joplin, Jim Morrison, e Jimi Hendrix per tutti!!!) per overdose, non che ridurre o allontanare l'interesse per questo gruppo di canaglie, l'amplificava.

Altro che quei fighetti dei Beatles, con le loro ballate carine e le loro canzoncine garbate. Qui, sì che c'era la grinta! E c'era anche l'implicita autorizzazione a guardare in tralice i solchi melodici della tradizione canzonettistica italiana, nel duplice formato, autoctono (Morandi, Al Bano, Celentano, Gigliola Cinquetti) e, ancora peggio, nella falsificazione delle cover straniere affidate a gruppi "inglesi de noartri" (tipo i Rokes).

Ma stare dalla parte dei Rolling Stones era anche una scelta politica. La mia generazione si muoveva all'interno di un universo in cui c'erano tre o quattro punti di assoluta certezza: il mito della politica, come strumento per cambiare il mondo, quello del "viaggio", per capire com'era quel mondo che si voleva cambiare, della "cultura", per dare un contenuto a quel cambiamento. E poi la musica rock, per dare una sintonia tra i battiti del cuore e il ritmo del cambiamento.

Naturalmente la mia generazione ha sbagliato tante cose. Ne avesse azzeccate di più, probabilmente staremmo tutti meglio. Ma non ha fatto difetto la passione. No, la passione c'è stata tutta e forte. Questo mese Mick Jagger, che ancora zompa come un grillo sui palcoscenici di mezzo mondo, fa settant'anni. Nelle rughe della sua faccia non c'è solo la celebrazione di una band che sopravvive al suo mito. L'ultima, la più grande, la più longeva. C'è anche l'acribia di una professionalità che appare sempre più evanescente. C' è il senso di una febbre lunga cinquant'anni, rarissima, in questo tempo freddo. C'è l'urlo, forse, della sconfitta di una generazione. Ma anche la dignità riscattata da quella febbre. Che ancora tiene in vita tutto.